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Primo Piano: Dopo il fallimento, il calcio riparte dai vivai e dagli impianti

Mastro-LancioIl mondo del Calcio nazionale è cambiato ed è destinato a cambiare ancora, dopo il fallimento attuale: innanzi tutto da almeno un ventennio non emerge più un giocatore di Classe (Baggio, Del Piero Maldini, Pirlo, Totti, solo citarne alcuni), poi l’effetto delle televisioni a pagamento (pay-per view, dall’inglese paga per vedere), per passare dall’influenza di una vecchia classe politica-federale (Lotti, Malagò, Tavecchio, Nicchi, Ulivieri), fino all’ingerenza di una nuova “classe dirigente”, quella dei genitori dei piccoli calciatori che pretendono tutti di aver dato i natali a futuri campioni, ma che per il calcolo delle probabilità non è così.

Fatto sta che c’è stato un lento ed inesorabile rovesciamento di situazioni sociali e di valori sportivi, un tempo sani e genuini. Si giocava a pallone in strada, nella polvere, nel fango e solo da lì si notava la vera bravura nell’emergere, chi aveva l’attitudine e da lì avveniva una sorta di selezione naturale.
Questa, inoltre, è un’epoca in cui tutti i ragazzini devono pagare per giocare a Calcio e pagando, quindi, devono giocare tutti, bravi, bravini e meno bravi. Dov’è quindi la selezione?
Ora si dà ora la colpa agli stranieri che, però, giocano ed arricchiscono anche i principali campionati europei. E poi si dà la colpa agli oriundi (tipo Eder, Jorginho) che anche loro toglierebbero spazio agli italiani bravi, relegati in panchina. Ma è tutto un problema italico, perché in Germania e in Inghilterra sono avanti anche nella naturalizzazione dei giocatori, inseriti al meglio nelle varie compagini. Allora sarà la colpa delle squadre degli Allievi e della Primavera: pure lì tanti stranieri segnalati dalla miriade dei procuratori ed agenti che ci guadagnano nei transfert. Secondo i dati relativi all’anno solare 2016 riportati nei documenti ufficiali della Figc, le Società di Serie A hanno speso in commissioni per agenti e procuratori 193,3 milioni di euro, più del doppio rispetto agli 84,4 milioni del 2015. Una tendenza, quella relativa all’aumento delle commissioni pagate dai Club agli agenti, registrata anche a livello globale.
Secondo il report “Fifa Intermediaries in international transfers” a livello globale, tra il 2013 e il 2016, sono stati spesi 1,1 miliardi di dollari per le commissioni agli agenti nei trasferimenti internazionali.
Vagonate di denaro portate letteralmente fuori dal “sistema calcio”, senza alcuna prospettiva di reinvestimento. Ma come si è arrivati a questo punto? La svolta, in negativo è stata la “deregulation” varata dalla Fifa ed entrata in vigore il 1° aprile 2015. Basta Albi per gli agenti, chiunque può improvvisarsi e prestare servizio per un atleta o una Società iscrivendosi all’elenco tenuto dalle Federazioni nazionali, che si sono dovute adeguare. In Italia la Figc, che aveva una normativa piuttosto ferrea, ha ripensato totalmente il regolamento, per esempio abolendo il divieto per un agente di rappresentare contemporaneamente il calciatore e il Club, con buona pace dei conflitti d’interesse.
Rimanendo in Italia, dunque, per riscrivere le leggi del Calcio si dovrà necessariamente ripartire dai Vivai, dalle Scuole Calcio e dai Settori giovanili, investire denaro anche e soprattutto sulle strutture sportive, sugli impianti, la cui maggior parte è fatiscente e non a norma sicurezza. Dare, poi, meno potere decisionale alle Tv a pagamento, ossia tornare tutti a giocare alle 14,30 e solo di domenica, anche per una regolarità e credibilità dei tornei. Incentivare il nuovo Var, il sistema di supporto all’arbitro mediante l’impiego di strumenti tecnologici sotto la supervisione di due assistenti. L’ideale, poi, sarebbe arrivare ad una Serie A a 18 squadre, una B ugualmente a 18 e una Lega Pro con due gironi da 18. Sarebbe un rapporto perfetto per il riparto dei Fondi, la gestione autonoma e la patrimonializzazione delle Società ed eviterebbe certe figure che stiamo vivendo in questi anni, con fallimenti di gloriose squadre e problemi finanziari, di molte altre. E mentre l’Italia cerca di capire come migliorare la ripartizione dei ricavi per i diritti televisivi è opportuno confrontarsi con le altre realtà europee: ad esempio nella Premier League inglese la divisione degli introiti sembra avvenire in modo molto più equilibrato e funzionale secondo un meccanismo preciso. In Inghilterra si fa prima di tutto distinzione tra i ricavi nazionali e quelli esteri: i diritti nazionali (che rappresentano il 61% del totale) sono divisi tra i Club per il 50 % in parti uguali, il 25% a seconda del numero di volte che un Club viene trasmesso in diretta e il 25% a seconda della classifica dell’anno. La cessione dei diritti televisivi per il mercato estero corrisponde, invece, al 39% del totale ed è ripartita in parti uguali. Infine dopo le riforme, tornando a modifiche più futili, si potrebbe tornare tutti ad aver un solo “main sponsor” sulle magliette. I numeri personalizzati sulle spalle dall’1 all’11 col nome del calciatore e sotto quello della squadra di appartenenza. Tornare agli storici colori sociali dei Club per le magliette gara, agli stadi meno cari aperti alle famiglie, agli stadi di proprietà sicuri e confortevoli, senza troppa burocrazia o speculazione all’italiana, però. Tutto ciò per ritrasmettere ai nostri bambini, ai ragazzi, ai dilettanti e ai professionisti del Settore Calcio quei valori e quella qualità che ci ha portati ad essere più volte “Campioni del mondo” ed avere la migliore Scuola di tecnici-allenatori formati dal Centro federale di Coverciano.

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Di Gino Ferretta

 

 

Ultima modifica ilVenerdì, 01 Dicembre 2017 15:47
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