Ci vediamo per l’Apericena? Ecco un metodo per socializzare in allegria

01 / 07 / 2015

Se si conducesse un’indagine sugli SMS più scambiati, in Italia vincerebbe il gettonato «ci vediamo per un ape?». Il rito dell’aperitivo è diventato negli ultimi anni un cult non solo tra i più giovani, ma un momento irrinunciabile per milioni di italiani che, dalle 18 alle 21, si concedono una pausa di relax e di gusto con gli amici. Quando l’aperitivo è così ricco da sostituire il pasto serale allora diventa apericena ed è fatto di sfizi e finger food più ricchi che, prima ancora che saziare lo stomaco, soddisfano la vista!

Sapevate che…

 

L’aperitivo ha origini imperiali

Giovane solo in apparenza, l’aperitivo è in realtà un’abitudine dalle origini lontanissime: in epoca imperiale, i Romani erano soliti consumare il mulsum, una miscela di vino e miele che stimolava l’appetito. L’aperitivo vero e proprio ebbe origine nel 1786 a Torino, quando il distillatore Antonio Benedetto Carpano “inventò” il Vermouth, unendo al vino bianco una selezione di trenta erbe e spezie, alcol, zucchero e assenzio (Wermut in tedesco vuol dire proprio “assenzio”), dal caratteristico gusto dolceamaro, ideale da sorseggiare prima dei pasti. Il successo della nuova bevanda fu tale che la bottega di Carpano, nei pressi della centralissima Piazza Castello, iniziò ad essere frequentata da esponenti della nobiltà e dell’alta borghesia, tra cui Cavour e Giuseppe Verdi. Negli anni il Vermouth divenne l’ingrediente di svariati cocktail e la moda dell’aperitivo cominciò a diffondersi anche nel resto della Penisola. Se in principio fu il Vermouth poi venne il Negroni, nel 1932 il Campari soda lancia l’aperitivo per tutti e nel 1985 l’Amaro Ramazzotti consacra il ruolo sociale dell’aperitivo con la “Milano da bere”. Geniale la trovata del barista Julio Richelieu di aggiungere un’oliva a quello che poi sarebbe divenuto il Martini, un aperitivo inventato nel 1874 mixando 2/3 di Gin con 1/3 di Vermouth e una spruzzata di bitter all’arancia.