“In passato un’altra circoncisione, ma fatta in situazione di sicurezza”

Intervista all'assessore ai Servizi Sociali Pancaldi sullo Sprar e la vicenda che ha sconvolto il Natale di Monterotondo

24 / 12 / 2018

Sul territorio sono 9 gli appartamenti affittati dal comune e messi a servizio del progetto. Sono questi i numeri dell’accoglienza nel territorio di Monterotondo, dove lo Sprar è un progetto che va avanti da quasi 10 anni. Riservato alle donne richiedenti asilo sole, o accompagnate da bambini, in un decennio il progetto ha accolto un totale di 160 persone. Dagli ultimi dati diffusi, al momento sono 47 le donne ospitate sul territorio, su una capienza massima di 55 persone. Una realtà che negli ultimi mesi è stata raccontata, partendo dall’esempio virtuoso di Monterotondo, proprio dal TG3 e che oggi torna ad essere sotto la luce dei riflettori della cronaca a causa del decesso di uno dei due gemellini circoncisi all’interno dell’appartamento Sprar di Via dello Stadio. (Leggi gli aggiornamenti)

Per qualche approfondimento sulla vicenda, e per un chiarimento sulle dinamiche di funzionamento del progetto, Tiburno ha raggiunto telefonicamente la dottoressa Antonella Pancaldi, Assessora alle Politiche Sociali per il Comune di Monterotondo.

L’assessore Antonella Pancaldi

 

Assessora Pancaldi, com’è gestito un progetto come lo Sprar sul territorio di Monterotondo?

“In base ai requisiti delle persone accolte, è il servizio centrale del ministero degli interni a fare le assegnazioni negli Sprar di tutta Italia. Nel caso di Monterotondo, gli Sprar ospitano donne sole o con bambini minori. Quando vengono inviate dal ministero, c’è un’accoglienza che viene curata dal nostro gestore del servizio, ossia l’Arci Roma, che impiega personale debitamente formato per queste mansioni. In questo modo, vengono distribuite sui 9 appartamenti che vengono appositamente presi in affitto dal comune sul territorio di Monterotondo.”

La madre di questi bambini era ben integrata con il resto della comunità?

“Nel nostro caso si tratta di una donna già scolarizzata nel suo paese d’origine, che seguiva un corso d’Italiano sia a Roma che a Monterotondo. In questo breve lasso di tempo abbiamo potuto vedere che era in grado di pensare a se e ai propri figli.”

In quale maniera viene controllato ciò che avviene dentro gli Sprar?

“È importante sottolineare che stiamo parlando di donne libere. In questo caso, ma come anche per le altre beneficiare dello Sprar, sono aiutate e seguite nel percorso che stanno intraprendendo, ma non sono sorvegliate a vista. Vivono in una situazione definita di semi-autonomia, nel senso che possono rivolgersi alle operatrici in caso di necessità. Queste ultime, periodicamente, vanno in ciascuna di queste case a controllare che tutto si svolga con regolarità e che siano rispettate situazioni igieniche adeguate. Fanno la spesa in autonomia, cucinano, lavano i loro vestiti con gli elettrodomestici messi a disposizione nei loro appartamenti e accompagnano i bambini nelle scuole convenzionate.”

Vi è dunque un vero e proprio regolamento?

“Nel momento che vengono accolte negli Sprar, viene loro fornito un regolamento che disciplina l’uso di questi appartamenti e che loro sottoscrivono. È una semi autonomia, perché vivono con altre rifugiate nello stesso appartamento, ognuna con i propri spazi. Ci sono poi le aree comuni da gestire congiuntamente. Ci sono poi regole sulla notte: non possono ospitare altri, se non in situazioni particolari e sempre informando le operatrici che le hanno in carico. Non possono ospitare estranei durante la notte.”

Per quanto riguarda Monterotondo, si sono manifestate altre esigenze di circoncisioni da parte delle ospiti degli Sprar verso i propri figli?

“In dieci anni, lo Sprar di Monterotondo ha accolto 160 persone. C’è stato, in passato, un caso in cui una madre desiderava effettuare questo tipo di operazione, e in assoluta autonomia è riuscita a rivolgersi all’ospedale israelitico ed è stata fatta in situazione di sicurezza.”

Secondo lei il dover ricorrere a un sedicente medico è un campanello di allarme sociale?

“Da ciò che sappiamo, la circoncisione è diffusa in tutta l’Africa, a prescindere dalla religione di appartenenza. Così come per noi è assodato che la circoncisione ebraica sia legata a un contesto religioso. In tutto il continente africano la circoncisione è un’usanza con radici nella tradizione e non nell’appartenenza a una religione. Sia per quanto riguarda, purtroppo, le mutilazione femminili, sia per quanto riguarda la circoncisione maschile. C’è sicuramente da tenere in considerazione il fatto che molte persone risentono di questa esigenza. Per i fedeli ebraici esiste l’ospedale israelitico che si fa carico di svolgere, in assoluta sicurezza e con personale specializzato, questo tipo di interventi. Forse, per il futuro, bisognerebbe tenere conto di soluzioni per le esigenze di nostri concittadini. Il problema, da quello che ho capito dalle informazioni che ho letto sull’argomento in questi giorni, sono legati ai costi degli interventi.”

Quanto avvenuto, potrebbe avere una ricaduta negativa sullo Sprar locale?

“Non credo, poiché non ci sono state mancanze: gli ispettori del ministero controllano regolarmente il progetto, e l’ultimo controllo è stato fatto pochi mesi fa con esiti positivi. Stiamo portando avanti in maniera positiva il progetto d’accoglienza assieme all’Arci: ieri, assieme all’Amministrazione, al Sindaco Antonino Lupi, alla Polizia Locale e ai Carabinieri, era presente anche il responsabile del progetto e le coordinatrici, ognuno mettendo a disposizione le informazioni e l’aiuto che poteva fornire in quel momento. È un merito che va riconosciuto.”

di Eugenio Nuzzo