In ricordo di Ipazia, assassinata nel giorno della festa delle donne

8 marzo 415 d.C.: la grande filosofa, astronoma e matematica Ipazia di Alessandria viene barbaramente assassinata da un gruppo di cristiani inferociti

Non era nata per compiacere un marito, Ipazia. Fu una di quelle donne capaci di lasciare un segno così profondo da diventare emblema senza tempo di scienza e conoscenza. Una gigantessa della filosofia, tanto grande da esser considerata da molti la terza caposcuola del Platonismo, subito dopo l’immenso Platone e Plotino. Figlia d’arte – il padre Teone fu astronomo e matematico – Ipazia si distinse anche nello studio degli astri, e a quanto pare inventò addirittura macchinari sofisticati e raffinati come un astrolabio piatto, un aerometro e un idroscopio. Non solo coltivò un’eccellente erudizione ma, cosa ancor più significativa, fu anche insegnante stimata e rispettata; come ci dice Filostorgio, infatti, “Introdusse molti alle scienze matematiche”. Una curiosità che ne svela il valore e il peso specifico nella cultura antica è che Ipazia è la sola figura femminile immortalata da Raffaello nella “Scuola di Atene”.

L’odio e la gelosia degli uomini – Quando il vescovo Cirillo entrò in conflitto con il prefetto Oreste, qualcuno mise in giro la voce che fosse stata proprio Ipazia a impedire la riconciliazione tra i due. Niente di più falso e lontano dalle fonti. Socrate Scolastico, tra i primi storici a scrivere di lei, individua nell’odio e nella gelosia la prima causa della fine brutale che le toccò in sorte: “Ella giunse ad un tale grado di cultura, che superò di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei. […]. Per la incantevole libertà di parola ed azione, che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini. Infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale. Per questo motivo, allora, l’invidia si armò contro di lei. Alcuni, dall’animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d’accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa: qui, strappatale la veste, la uccisero colpendola con i cocci. Dopo che l’ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati questi pezzi al cosiddetto Cinerone (l’ex tempio di Augusto diventato la Cattedrale dei cristiani, ndr), cancellarono ogni traccia di lei nel fuoco”.

Il depistaggio della memoria – Quando Socrate scrisse le sue opere, molti dei responsabili della morte della filosofa erano ancora vivi, e di certo gli servì una buona dose di coraggio e di amore della verità nell’accusare apertamente l’allora potentissimo vescovo di Alessandria Cirillo come mandante dell’omicidio. Lo stesso coraggio fu dimostrato da Filostorgio. In periodo di Controriforma si cercò di stravolgere i fatti, arrivando a mettere in discussione l’attendibilità delle fonti e di conseguenza la chiara responsabilità del vescovo: d’altra parte, va ricordato che era un momento molto delicato della storia antica: l’antico paganesimo stava cedendo il passo al subentrante cristianesimo, e questo determinò anche la sostituzione della figura del filosofo con quella dell’uomo ecclesiastico. Cirillo non fece altro che affermare il suo potere e il suo nuovo ruolo all’interno della società eliminando il filosofo, anzi LA filosofa. Inutile dire che l’odio nei confronti di una donna troppo emancipata contribuì ad armare il suo intento sanguinario, e la mano di chi agì per lui. Nell’Ottocento si arrivò a scrivere che “per ogni buon credente Cirillo deve ritenersi pienamente giustificato di ogni colpa, visto che è stato fatto santo dalla chiesa”.
Nel giorno della Festa internazionale delle donne, in tempi di falsi storici e di imperante oblio della memoria, il ricordo della vicenda biografica di Ipazia, e soprattutto della sua orrenda fine, ci ricorda quanto antiche siano le discriminazioni nei confronti delle donne e quanto lunga sia ancora la strada da percorrere per arrivare a una vera parità e al pieno riconoscimento del valore delle donne nella nostra società.

Sebastiano Palamara