Da adolescente ribelle ad artista di strada è l’autore del murales della Torre Civica

18 / 06 / 2019
Chi è: Eugenio Fabrizi 34 anni Street Artist

Felpa e cappuccio, musica hip hop, vernice spray alla mano e tanta voglia di mettersi alla prova davanti a un muro grigio di qualche zona abbandonata di Monterotondo. Dieci anni fa lo avreste trovato così Eugenio Fabrizi, Mentanese ex alunno del liceo Peano, che oggi a 34 anni è un artista affermato, autore del grande murales alla Torre Civica inaugurato lo scorso 11 maggio. Dell’adolescente dallo spirito ribelle non è cambiato il soprannome, gli amici lo chiamano ancora “Cikala”, e quella passione indomabile per l’arte, la voglia di regalare “colore, un’emozione, un pensiero” a chiunque passi davanti a una sua opera. Nonostante oggi si occupi di tanti progetti – ha un master in concept art e grafica 2D e 3D e sta curando la realizzazione di una mostra personale – si definisce ancora uno Street Artist, perché quei primi anni 2000 sono stati per lui una scuola di arte e di vita, di cui porta ancora nel cuore tante amicizie e il ricordo del maestro Maurizio detto Tromh, ancora commemorato da writers e street artist di tutto il territorio in tanti eventi e Jam session di arte. Eugenio ci ha raccontato il suo percorso artistico e qualche dettaglio sulla sua ultima opera alla Torre Civica di Piedicosta, commissionata dalla Cooperativa Folias, che racconta in 57 metri di colore e arte il naufragio della nave Sirio nel 1906 a Capo Palos, durante il quale morirono 500 migranti italiani diretti in Brasile.

Eugenio, come ti sei avvicinato al mondo della Street Art? Sin da bambino ho una passione per il disegno, a 16 anni ho scoperto la Street Art e mi ha subito affascinato per l’assenza di regole e canoni tecnici. A Monterotondo nei primi anni 2000 c’era una scena molto attiva: c’erano tante Crew e passavamo interi pomeriggi a creare e disegnare, facevamo jam session e incontri. Eravamo i pionieri di quella che poi sarebbe diventata la Street Art, ma che all’epoca era ancora poco conosciuta e un po’ malvista, tra di noi anche veri talenti che oggi sono affermati come Vasco Warriors.

Dove hai realizzato le tue prime opere? Cosa significavano per te? Le prime volte è una sfida emozionante, devi sperimentare, conoscere lo strumento: lo spray non è facile da gestire ci sono delle tecniche, io guardavo i più grandi cercando di imparare il più possibile. Ho realizzato vari murales nei pressi del Liceo Peano in via dello Stadio, a Borgonuovo, a Mentana in via della Madonna di Fatima: a volte potevi lavorare con calma, altre avevi solo il tempo di fare un disegno e scappar via ma anche quello ti riempiva di orgoglio.

Prima era considerata da ribelli, oggi la Street Art è conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, cosa è cambiato da allora? Prima non era facile richiedere l’autorizzazione per realizzare un’opera, oggi invece è una pratica accettata, è entrata nella quotidianità e addirittura i comuni investono per riqualificare le periferie grazie all’opera degli Street Artist. Nata dalla cultura hip hop del writing, la Street Art si è mescolata con la pittura, sono felice che sempre più persone apprezzino e coltivino questa forma di arte.

Cosa è per te la Street art? Per me è sempre stata un modo di comunicare un messaggio, di esprimere un’idea o un’emozione tramite i colori e il disegno. Mi piace perché è una forma artistica democratica e gratuita, raggiungibile anche per chi non frequenta gallerie d’arte o musei. La Street Art trasforma un muro grigio in un’opera d’arte, capace di trasmettere vita e sentimenti, magari anche solo di regalare un sorriso a un passante. Non è una cosa da poco: il colore è fondamentale e influisce sul nostro umore.

Eugenio a 16 anni e Eugenio oggi: cosa è cambiato nel tuo percorso artistico? Ora chiedo il permesso per disegnare sui muri! scherzo ovviamente – ride ndr-. Molte cose sono cambiate, ho seguito un percorso artistico che mi ha portato a sperimentare e provare nuove tecniche. Da adolescente un disegno su un muro era soprattutto un atto di protesta, di sfida, oggi vivo l’arte in modo più consapevole, lavoro su commissione e il mio obiettivo è mostrare il mio stile e contribuire con l’arte alla rivalutazione della città.

Ti chiamano ancora Cikala, pensi che sia un soprannome che ti rispecchia? Mi diedero questo soprannome alle medie, forse perché ero molto magro e mi consideravano il classico artista che accumula poco e canta tanto. Da lì è rimasto, ma non mi sento una “cicala” e sono tutt’altro che ozioso: lavoro e studio tanto, mi sto specializzando nell’ambito della grafica e dell’animazione 3D e il mio obiettivo è realizzare una mostra personale che unisca vari campi artistici.

Come definiresti il tuo stile e che tecniche usi? Il mio stile è tendente al figurativo, ma strizza un occhio al realistico. Sui muri utilizzo vernice spray, con una tecnica simile all’aerografia, e la tinta, che da un effetto molto pittorico e di impatto. Mi è capitato anche di usare lo Stencil, mentre nella mia arte fuori dai muri utilizzo molto anche la litografia e le incisioni.

Ci sono dei temi ricorrenti nelle tue opere? Mi affascina la psicologia e la spiritualità, tutto ciò che riguarda il funzionamento nascosto della mente umana. Nelle mie opere quasi sempre c’è un riferimento a questa dimensione interiore, all’importanza di conoscere se stessi e le proprie emozioni per orientarsi nella propria vita. Per voi street artist la città è una tela bianca.

C’è qualche muro a Monterotondo dove vorresti portare la tua arte? Sì ci sono molti muri grigi che sarebbero perfetti per essere trasformati in opere d’arte, ad esempio lungo via Corsica, che rappresenta uno degli ingressi della città. Anche i muri dello “Sbarcato”, potrebbero essere valorizzati con un’opera che racconti la storia di quel luogo simbolo della storia eretina. Ci sono tuoi lavori anche a Roma e Milano.

Una città in cui sogni di lasciare il tuo segno? Mi piacerebbe lasciare un mio lavoro a Berlino che è un polo europeo per l’arte contemporanea o in paesi come Francia e Danimarca dove ci sono molti spazi dedicati agli artisti.

Hai realizzato il Murales alla Torre Civica dello Scalo, quale è il messaggio di questa opera? L’idea nasce da una canzone di De Gregori “La Storia Siamo Noi”: lo scopo è raccontare una parte della nostra storia che forse in pochi ricordano e che oggi è di grande attualità, ma soprattutto rendere tutti consapevoli che la storia continua e siamo noi i protagonisti. L’arte diventa così un mezzo di riflessione collettiva, di unione e di partecipazione civica, come avvenuto il giorno dell’inaugurazione con il dibattito, la presentazione e i laboratori. Infine credo che raccontare la storia degli italiani migranti aiuti a ricordare ciò che eravamo, a favorire uno sguardo consapevole sul presente. Il messaggio finale non è politico ma umanitario, perché il valore della vita umana dovrebbe essere condiviso da tutti, oltre le opinioni politiche.