Fonte Nuova – Sonia Reppucci: ecco i termini corretti da usare quando si parla di disabilità

Le parole sono importanti: usiamole nel modo giusto!

Oggi inizio con un indovinello
È una PERSONA speciale perché unica come tutti: è alta un metro e tanta voglia di crescere, un tempo era mora ora è tinta ahimè la sua gioventù con gli anni è avanzata, bipolare come tanti, con due braccia fortissime e due gambe paralizzate da quasi 40 anni, ma cammina grazie ad uno straordinario mezzo…la sedia a rotelle. Di chi si tratta?!
Eh sì! Sono proprio io: SONIA una PERSONA con un nome, un carattere, dei sentimenti, con pregi e difetti, perciò non mi sminuire rappresentandomi con le quattro ruote perché così facendo mi manchi di rispetto.
Solitamente non posto il mio mezzo ovviamente non per vergogna, ma solo perché mi piacerebbe sentire gli inevitabili commenti spesso compassionevoli ai quali vorrei poter rispondere e virtualmente mi è impossibile…non sono Dio, ma una comune e imperfetta mortale. Mi diverto da anni a fare una classifica dei commenti e quello che fin’ora rimane primo è “poverina” che alla fine giustifico con l’ignoranza e la povertà d’animo…poverini!
E poi c’è chi mi identifica con il mio mezzo e spesso sono proprio quelle persone che mi ricordano che non sono il mio mezzo…contraddittori!
Ho deciso di scrivere questo articolo come una sorta di “manifesto” sui termini corretti da usare quando si parla di disabilità perché se cambiamo il modo di chiamare qualcosa, quel qualcosa cambia e quindi cambierà anche il modo attraverso il quale le persone si rapportano ad esso. Insomma, le parole sono importanti: usiamole nel modo giusto!
“Disabile” non si dovrebbe usare, “handicappato/a” termine che sminuisce la dignità e il valore della persona, poi c’è quel pietismo e buonismo che di positivo non hanno niente…
Io non sono né la mia disabilità né una persona malata, io vivo la disabilità che sono costretta a vivere e con molti sacrifici l’ho fatta diventare una sana convivenza. Io non sono la mia sedia a rotelle perciò se ti rivolgi direttamente a me chiamami SONIA…le etichette lasciamole ai quaderni! Poi sono anche una donna con disabilità che nel mio caso spesso potrebbe essere superabile se avessi a disposizione gli strumenti giusti tipo un servizio adeguato ai miei bisogni che non sono solo assistenziali rivolti al disbrigo pratiche e visite mediche, un marciapiede ampio e di facile accesso, un ascensore a dimensione sedia a rotelle, una strada ben asfaltata priva di buche che molte volte sono sono paragonabili a delle vere e proprie voragini, senza trascurare i piccoli tratti che per me sono di grande sacrificio, mezzi pubblici con pedane funzionanti, postazioni bancomat ad altezza mezzo busto e non mi riferisco solo a quelli esterni, ma anche a quelli presenti all’interno dei negozi che non sempre sono alla mia portata e mi fermo qui che è meglio…
La domanda a cui vorrei rispondere è “come relazionarsi con le persone con disabilità?”
Innanzitutto mi rivolgo a tutti quei genitori che sono pronti a fare qualsiasi cosa per dare a quei figli un momento di gioia e fanno diventare quel “qualsiasi cosa” molto pericoloso perché il più delle volte il dono che vogliono offrire ai  figli nasce da un loro senso di colpa e sono proprio quei genitori che inconsapevolmente stanno creando la differenza, la disabilità. Personalmente sono stata educata con gli stessi “no!” dei miei fratelli, a quei no che la società mi ha poi costretto a subire e che ho combattuto con vere e proprie lotte a partire dall’inserimento nella scuola.
La sedia a rotelle è la mia personalissima croce, ma si può vivere bene anche da seduti? SÌ!
La riflessione certo è personale ed è legata alle proprie limitazioni. Una grande discriminante è ciò che  posso  o non posso fare: un semplice gradino può farmi sentire “costretta” su una sedia a rotelle. Eh già! Avverto più forte la mia disabilità nel momento in cui un ostacolo si frappone tra me e il mio obiettivo…la disabilità è il non poter fare.
Ricordo benissimo il momento in cui stesa sul lettino dell’ospedale S.Andrea quando la mia dottoressa mi ha detto che molto probabilmente non sarei più tornata a camminare con le stampelle. Non l’accettavo  soprattutto perché mi sentivo un “peso” per gli altri. Allora fu una tragedia, invece oggi penso che fu un bene, quell’ausilio mi ha permesso di reagire e di tornare a lottare nel più breve tempo possibile. E oggi sono Sonia e la mia sedia a rotelle non mi fa vivere meno bene e sto lottando per realizzare i sogni che avevo da ragazza, conquistando con sacrificio ogni centimetro verso un nuovo traguardo che al momento desidero percorrere con riservatezza.
Non poter camminare non mi impedisce di vivere la mia Vita e di esprimere la mia bellezza, la mia personalità anche da seduta. Bisogna semplicemente osare, accettare la nuova Vita. La sedia a rotelle non mi limita anzi mi aiuta a non rimanere immobile e questo per me è un simbolo concreto di libertà.
E per concludere voglio lanciare una provocazione: una giornata dedicata alla sensibilizzazione in cui si “promuove” l’uso della sedia a rotelle, non inteso come una punizione, ma come un’opportunità per capire e diventare cittadini migliori. Forse così potrebbe cambiare anche il modo di progettare luoghi pubblici e privati, dove in molti casi non si ha neanche idea di cosa significhi “abbattimento delle barriere architettoniche”…provare per credere!