Packaging: green o non green?

18 / 09 / 2020

Si fa presto a dire imballaggi industriali.

Ma di quale tipologia? “Ogni merce deve avere un suo packaging ideale, così da essere confezionata e protetta durante il movimento per
arrivare a destinazione”, dice Maurizio Ubaldi della Nexody di Monterotondo, 44 anni, la metà dei quali trascorsi ad occuparsi del settore. E con un obiettivo: puntare sui materiali nuovi, resi migliori e più innovativi dalla ricerca che non si ferma mai. Ad esempio, a proposito della plastica, Ubaldi parla di una pellicola per imballare anche i bancali di spessori minuti, minutissimi, addirittura di 6-8 micron, quasi uguale a quella che si usa in cucina per conservare gli alimenti nel frigo. Possibile? Certo che sì, è la tecnologia che avanza e propone soluzioni. Molto meglio questo tipo di materiali, sembra di capire dalle parole del manager della ditta eretina, “piuttosto che concentrarsi sulla plastica realizzata con l’amido di mais che per essere prodotta ha un impatto ambientale niente affatto pari a zero. E poi”, continua, “quanta
quantità se ne può ottenere?”

Dunque non è così ‘semplice’ passare dalla plastica derivata dal petrolio a quella di origine naturale, ci sono in ballo tante variabili che si tende a non considerare per venire incontro a una certa tendenza, diciamo così, modaiola. “Oggi l’effetto Covid”, rivela Ubaldi, “ha rallentato un po’ la ‘corsa’ verso gli imballaggi green”. Tutto nel dimenticatoio? “No, naturalmente, la sensibilità c’è ma sembra ci siano altre necessità. Il mercato si è un po’ raffreddato da questo punto di vista. In ogni caso tra i miei clienti c’è una quota di 20/30% di aziende a basso impatto ambientale. Come accennavo prima però non ci deve essere a tutti i costi il ricorso al materiale bio, perché bisogna considerare tutti gli elementi che eventualmente possono essere impattanti, anche una grossa movimentazione di mezzi per trasportarlo lo è. Ripeto: meglio concentrarsi sulla ricerca e le nuove tecnologie.

La nuova frontiera è ottimizzare performance e spessori. In tal modo si diminuisce l’emissione di anidride carbonica e non si intacca il mondo del riciclo. In ogni caso la gente si sta leccando le ferite, non pensa quest’anno ad investire sul bio. Comunque piace dal punto di vista psicologico ma va scelto in maniera oculata, in base al tipo di merce e alle quantità. Per via del Covid c’è anche stato un altro cambiamento”. Cioè? “In questo momento si preferiscono i prodotti preconfezionati, molto di meno, quasi niente, quegli ingredienti che si compravano sfusi. Il domani è sempre più disegnato, ad esempio nelle mense, da vassoi già pronti e divisi per essere il più igienici possibile”.

Ubaldi rileva che durante la quarantena hanno sempre lavorato pur con turni perché l’azienda si occupa di diversi settori, il farmaceutico è stato sempre attivo, un disastro invece per il discorso delle lavanderie industriali, quelle che servono ristoranti, bar, alberghi che ancora oggi sono in zona out.

E la plastic tax, che doveva dare una svolta green agli imballaggi?

“Ormai se ne riparla il prossimo anno, da gennaio in poi. Sperando che in quel periodo ci sarà un documento tecnico per capire come muoverci, cosa che ora non è. In ogni caso,
noi la tassa per la plastica la paghiamo già, con il Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi, ndr), ma
nessuno lo sa. Ed è pure piuttosto cara”.

Per Ubaldi la vera risoluzione dei problemi ambientali è ricorrere all’economia circolare, investendo nelle tecnologia.