AFFILE – Mausoleo dedicato al fascista, annullate le condanne ai politici

La Cassazione smentisce il Tribunale di Tivoli e la Corte d’Appello. Ma il reato di apologia di fascismo oggi è prescritto

Deliberare l’intitolazione di un mausoleo ad un fascista e inaugurarlo in pompa magna all’interno di un giardino comunale non è reato. Così ieri sera, venerdì 25 settembre, la I^ Sezione Penale della Corte di Cassazione ha annullato le sentenze nei confronti del sindaco Ercole Viri e degli assessori Giampiero Frosoni e Lorenzo Peperoni, membri della giunta di Affile che in primo e secondo grado erano stati condannati per apologia di fascismo rispettivamente a 8 mesi e 120 mila euro di multa il primo cittadino, a sei mesi e 80 mila euro di multa ciascuno i suoi delegati.

I tre erano imputati per aver intitolato il “Museo del Soldato” a Rodolfo Graziani, ufficiale protagonista della prima Guerra Mondiale e successivamente Ministro della Guerra di Mussolini dopo aver aderito alla Repubblica Sociale. In particolare la Cassazione ha annullato la sentenza emessa il 14 marzo 2019 dalla Corte d’Appello con rinvio ad una sezione diversa. In realtà i giudici di secondo grado non potranno far altro che decretare la prescrizione del reato contestato commesso il 21 luglio 2012 approvando la delibera numero 66, a meno che i tre amministratori non rinuncino alla stessa prescrizione. Una scelta da valutare dopo la pubblicazione delle motivazioni.

La sentenza della Corte d’Appello del 2019 aveva confermato la sentenza emessa nel 2017 dal giudice del Tribunale di Tivoli Marianna Valvo che aveva condannato i tre anche all’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici, oltre al risarcimento del danno pari a 8 mila euro all’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia costituitasi parte civile attraverso l’avvocato Emilio Ricci. Per questo Viri, difeso dall’avvocato Vittorio Messa, insieme a Frosoni e Peperoni, rappresentati dagli avvocati Ignazio La Russa e Alessandro Palombi, avevano fatto ricorso in Cassazione. In poche parole i magistrati si dissero convinti che quel mausoleo rievocasse i fantasmi del passato in maniera tale da poter condurre alla riorganizzazione del disciolto partito fascista, un pericolo per l’ordine democratico dello Stato. In Cassazione aveva presentato ricorso anche la Procura Generale che aveva richiesto la distruzione della delibera di giunta numero 66 del 21 luglio 2012 con la quale il museo fu intitolato a Graziani, il sequestro del fabbricato per scongiurare che la libera disponibilità del mausoleo possa aggravare e protrarre le conseguenze del reato e agevolare la commissione di ulteriori reati, come proposto in Appello il Procuratore Capo di Tivoli Francesco Menditto. Proposta che il numero uno dei magistrati tiburtini aveva già formulato anche nel processo di primo grado.

In quel caso il giudice Marianna Valvo sentenziò che il sequestro e la confisca del mausoleo non sono possibili perché non è l’edificio il prodotto del reato, bensì l’intitolazione ad un fascista attraverso la delibera che ha attribuito all’immobile una valenza storica e rievocativa. Inoltre la Valvo rigettò la richiesta di distruzione della delibera, perché da eliminare sono gli effetti, lasciando aperta la possibilità per il Comune di Affile di annullare l’atto in via di autotutela, eliminando così il pericolo di aggravamento del reato.

Per motivare la sentenza la Valvo ripercorse la storia di Rodolfo Graziani, ricordando che fu processato nel 1950 per collaborazione col tedesco invasore, bollato come uno dei più importanti gerarchi fascisti, inserito dall’Onu nella lista dei criminali di guerra per l’uso di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa. La delibera di intitolazione sarebbe rievocativa nel significato delineato nel 1957 dalla Corte Costituzionale e nel 2017 dalla Suprema Corte di Cassazione, in termini tali da poter condurre alla riorganizzazione del disciolto partito fascista. Il giudice censurò anche la manifestazione pubblica dell’11 agosto 2012 nell’ambito della quale vennero inaugurati il parco e il monumento, una cerimonia considerata sintomatica della messa in pericolo dell’ordine democratico dello Stato anche se durante l’evento non si incitò alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, né furono ostentati simboli ed emblemi fascisti.

“La realizzazione del sacrario in un parco e l’inaugurazione in una cerimonia pubblica – sentenziò in sintesi – sono un concreto antecedente causale idoneo a provocare adesioni e consensi e a concorrere alla diffusione di idee favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste”. Quella di Viri, Frosoni e Peperoni – concluse il giudice – non fu una semplice difesa elogiativa, ma l’esaltazione di un personaggio che incarna l’ideologia fascista idonea ad offendere o a mettere in pericolo i valori democratici della Repubblica. Ieri la Cassazione ha annullato tutto.