MONTEROTONDO – “Due mesi in coma per il Covid, non credete a chi dice che non esiste”

Il racconto di Lorenzo Simonetti, storico presidente dell'associazione carabinieri

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È stato due mesi in coma al Sant’Andrea, poi per tre mesi ricoverato in un centro di riabilitazione. Da poco più di un mese Lorenzo Simonetti è tornato nella sua casa di Mentana e piano piano sta viaggiando verso il pieno recupero. Accetta di raccontare la sua storia, ma con una doverosa premessa. “È una storia strettamente privata, ma non ho difficoltà a raccontarla – spiega – perché credo che noi che ci siamo passati abbiamo il dovere di farlo. La gente deve sapere quello che si rischia e siccome ne ho avuti tanti vicino che stavano male e alcuni sono morti, creso sia un mio dovere”.

Presidente, partiamo dalla fine. Come sta?

Adesso molto meglio. Ho dei tutori alle gambe per tenere le punte dei piedi in alto, perché ho il piede “equino”, ossia tende a piegarsi e rischio di inciampare. Sto facendo ancora terapia, ma piano piano inizio a camminare anche senza tutore. Ci vuole pazienza e tanta buona volontà.

Com’è arrivato il virus?

Non lo so. Ho iniziato a stare male il 12 marzo. In quel periodo stavo facendo attività di volontariato, anche nelle farmacie. Ma non so come sia arrivato. Quali sintomi ha avuto? Mi sono sentito debole e ho avuto una specie di influenza intestinale, che però influenza non era.

Ha pensato subito al Covid?

No, non pensavo fosse possibile una cosa del genere.

Quando è stato ricoverato?

Sono rimasto a casa poco più di una settimana, poi il 21 marzo ricordo di aver telefonato a mia figlia grande per chiederle di farmi sapere dove stava e cosa stesse facendo. Ero preoccupato per lei, perché lavora a contatto con parecchie persone. Lei mi ha chiesto come stavo io e le ho risposto di non preoccuparsi. Ma appena ha attaccato, ha chiamato la madre e la sorella più piccola per farmi mandare un’ambulanza. Così è arrivato il 118 e mi ha portato al Sant’Andrea.

Cosa ricorda di quei momenti?

Quando sono arrivato non capivo niente e sono stato portato nelle famose tende. Mi ricordo che stavo disteso sul lettino dell’ambulanza, guardavo intorno a me e cercavo di capire cosa stesse succedendo. È arrivata una dottoressa che mi ha rassicurato e mi ha detto di stare tranquillo, che mi avrebbero fatto la Tac e avrebbero capito cosa fare. Devo dire che questa gentilezza l’ho ritrovata in tutto il periodo del Sant’Andrea e anche dopo al Centro di riabilitazione di Poggio Mirteto. Penso che personale, medici e paramedici che abbiamo in Italia siano il top del top. Dalla mattina alla sera li ho visti correre su e giù cercando di non lasciare indietro nessuno. Chi sta in terapia intensiva in periodi come questi vuol dire che ci crede davvero in quello che fa, come quelli che stanno al pronto soccorso. Stessa vicinanza l’ho sentita dall’Arma dei carabinieri. Tanti amici si sono messi a disposizione, anche se io non ho chiesto nulla. Comunque dopo la Tac non ricordo più niente. Per due mesi sono stato intubato e rianimato. La pericolosità del Covid, al di là della polmonite che ti possono curare se stai bene, sono le complicazioni. Io per fortuna non avevo patologie pregresse, ma a un certo punto dal coma ho avuto ulteriori problemi e mi hanno dovuto fare un intervento d’urgenza alla coliciste, anche senza la certezza che fosse quella il problema. La notte dopo avuto un’emorragia interna. Mi sono dimagrito tantissimo. Sono morto e resuscitato.

Poteva venirla a trovare qualche famigliare?

No.

Come facevano ad avere informazioni sullo stato di salute?

Al Sant’Andrea avevo un’amica che chiamava mia figlia ogni giorno per darle notizie. Questa persona ha avuto un ruolo importantissimo. Lascio immaginare come stavano in quel periodo le mie due figlie e la mia ex moglie che è stata male per me. Lei è riuscita a tranquillizzarle dando notizie ogni giorno. Chiamava la dottoressa del Sant’Andrea per avere informazioni e poi ci faceva sapere. Non ha mai mancato un giorno.

Quando ha lasciato l’ospedale per il Centro di riabilitazione?

Io sono stato l’ultimo ad uscire dalla terapia intensiva Covid del Sant’Andrea. La sera è stata smobilitata. Per portarmi al Reparto Malattie Infettive del nono piano sono venute due infermiere che mi hanno fatto mangiare e mi hanno portato via. Ho detto che avrei voluto salutare tutti, ma mi hanno risposto che sarei dovuto tornare quando stavo bene. Poi ricordo che hanno aperto la porta della stanza dove stavo, mentre avevo la testa che guardava il soffitto. All’improvviso ho sentito un applauso che solo a raccontarlo mi commuovo ancora ed erano medici e infermieri che stavano in corridoio ad aspettarmi. Questo tanto per dire quanta umanità ho trovato. Al nono piano sono rimasto qualche giorno isolato in una stanza, non per evitare che potessi trasmettere qualcosa perché ormai il Covid era andato via, ma per evitare che prendessi qualcosa, vista la condizione generale di salute. Qui ho potuto rivedere i miei cari. Mi hanno mandato una fisioterapista, la dottoressa Gisella, la quale non solo ha cominciato a farmi rimuovere un po’, ma mi ha dato anche la carica e la fiducia in me stesso per combattere questa battaglia. Con lei ho fatto quel che potevo fare in ospedale. Poi mi hanno rifatto i tamponi e una volta avuta la conferma che ero negativo, mi hanno trasferito al Centro di riabilitazione di Poggio Mirteto.

Com’è stato il passaggio?

All’inizio ero impaurito e spaesato, non sapevo nemmeno dove stavo andando. Sono arrivato che non muovevo le gambe e la testa mi si girava da sola in una direzione. Anche qui ho trovato due infermiere che mi hanno messo subito a mio agio. Poi piano piano ho conosciuto tutti e la storia della riabilitazione è stata stupenda. Ho bruciato le tappe. Dopo 5 giorni stavo sulla sedia a rotelle, poi hanno iniziato a farmi fare altri esercizi e mi hanno messo in piedi. Io spingevo per fare sempre di più. Poi a fine agosto sono andato dal primario e le ho detto: la prego mi mandi a casa, non ce la faccio più, ho bisogno. Qualche giorno dopo mi ha accontentato e il 28 agosto sono tornato a casa. Se pensiamo a quei giorni, il Covid sembrava quasi superato. Adesso invece vediamo risalire la curva dei contagi.

Teme che in futuro potrebbe arrivare un nuovo lockdown?

Quello che penso è che abbiamo fatto da cavia noi. Quando mi sono ammalato io, non si sapeva bene cos’era il Covid, poi hanno centrato le cure e fortunatamente sono iniziate ad andare meglio le cose. Io sono convinto che se rispettiamo le regole che ci danno, ce la possiamo fare. Però se ci dicono indossate le mascherine, lavatevi spesso le mani, noi dobbiamo rispettarle le regole. Possono sembrare pure esagerate, ma se siamo riusciti ad andare meglio di altri Paesi in Italia è perché come popolo e come comunità scientifica ci siamo dimostrati all’altezza. Non possiamo mollare ora.

Le sarà capitato in televisione o sui social network di leggere pareri di chi pensa che sia tutta una montatura e addirittura scende in piazza per manifestarlo. Che effetto le fa?

Provo rabbia, tanta rabbia. Così stanno facendo del male alla gente, alle persone. Il Covid esiste ed è qualcosa che ancora fa paura, ma dobbiamo imparare a conviverci. Chi non ci crede è pericoloso. È fastidioso sentire che sarebbe tutta una messa in scena o addirittura che medici lascino i pazienti a morire abbandonati. Qualche giorno fa ho preso il telefono e ho scritto su Facebook quello che penso in merito. Era la terza volta in tanti anni che scrivevo un post. Non ho resistito.

Cosa le è mancato di più in questo periodo?

L’amore delle mie figlie in quei giorni. Sapevo che erano innamorate pazze di me, ma non mi aspettavo che lo fossero così tanto. La cosa che vorrebbe tornare a fare al più presto. Io ero come un cavallo pazzo, mi alzavo la mattina e iniziavo a correre a destra e sinistra. Non mi fermavo un attimo, dove c’era bisogno correvo. Adesso voglio ricominciare a dedicare la mia vita agli altri. È stato sempre quello che ha dato un senso alla mia vita. Quando sono diventato presidente dell’associazione carabinieri ho fatto capire subito che non m interessava dirigere un circolo chiuso, ma che dovevamo stare “tra la gente, per la gente”, come recita il motto dell’Arma. Dopo tanti anni credo di poter dire che lo abbiamo fatto con risultati ottimi.

Oltre alla bravura del personale medico, che ha sottolineato più volte, cosa le ha dimostrato quest’esperienza?

Ho scoperto che c’è tanta tanta gente che mi vuole bene attorno a me e allora pensi che forse nella vita qualcosa di buono lo hai fatto.