Ospedale Tivoli – Medico indagato per una trasfusione non voluta, parla il marito della vittima

07 / 04 / 2018

  Si sono opposti alla trasfusione anche mettendo le loro volontà per iscritto, ma il medico l’ha effettuata lo stesso e ora si trova rinviato a giudizio. Un caso che riguarda una coppia residente a Montelanico, successo nel 2013 nell’ospedale di Tivoli, che vede come protagonista una giovane donna, Michela, ora morta. Il marito, Andrea, ribadisce l’intenzione di andare fino in fondo perché la volontà della moglie – Testimone di Geova – non è stata rispettata. Alla prima udienza davanti al Tribunale di Tivoli, il difensore dell’imputato ha contestato l’ammissione della costituzione di parte civile del marito e dei genitori della paziente. Il Giudice ha però rigettato tale eccezione e ha ammesso le costituzioni di parte civile rinviando l’udienza al prossimo 24 settembre per sentire i testimoni del PM. 

Michyp

 

Andrea, può raccontare come sono andati i fatti?

Verso la fine di febbraio 2013, io e la allora mia moglie Michela ci siamo ammalati con una normale influenza, la quale però sfogò con una terribile tosse. Io per circostanze che non le saprei dire, dopo quasi una settimana ho cominciato a stare meglio, mentre Michela ha continuato a stare male e a peggiorare, cosi dopo un paio di giorni con successivo peggioramento, anche se sia il medico di base che la guardia medica mi dicevano che era una cosa passeggera, ho portato Michela al pronto soccorso dell’ospedale di Colleferro. Per le sue condizioni a vista difficili, Michela fu visitata in codice giallo e messa in una stanza che tutto era tranne che una stanza per assistenza medica, perché il medico di guardia del pronto soccorso sospettava potesse essere tubercolosi. Solo dopo quasi due giorni e aver chiamato il primario del reparto di medicina dello stesso ospedale, Michela viene visitata e a quel punto viene fuori che Michela era in insufficienza respiratoria per una infezione ai polmoni. Così il codice di degenza fu cambiato da giallo a rosso 2 “paziente in imminente rischio di vita”. Da quel momento è cominciata la corsa del pronto soccorso a trovare una struttura ospedaliera che potesse ospitare Michela nel grave stato in cui era.

A rispondere fu l’ospedale di Tivoli. Così fu immediatamente trasferita con ambulanza a Tivoli. Appena arrivata a Tivoli Michela viene portata in coma farmacologico, per facilitare le terapie, e da quel momento è cominciato il nostro viaggio e i nostri incontri con i medici per avere e sapere le condizioni e le cure che avrebbero fatto su Michela. Ma fino a quel momento nessuno dei medici aveva mai parlato di problemi legati al sangue. Si parlava solo di cure antibiotiche. Poi però si presentò la necessità di effettuare una tracheotomia. Mi permetta a questo punto una premessa. Sia io che Michela, essendo degli studiosi della Bibbia, avevamo concluso che Dio non approva le emotrasfusioni; per questo motivo periodicamente rinnovavamo le nostre volontà sul non voler usare terapie mediche che prevedevano l’uso del sangue o di sue parti e facevamo questo compilando un documento detto “direttive anticipate”. 

Quindi, conoscendo benissimo le volontà di Michela, quando mi hanno parlato di tracheotomia ho presentato immediatamente le direttive anticipate al medico, prima che si procedesse con l’operazione. Quando ho presentato il foglio spiegando che come testimone di Geova Michela non voleva che si facesse uso del sangue, i medici sorpresi, ci dissero che questo complicava le cose, perché loro avevano già effettuato una prima trasfusione, premetto, senza che ci fosse comunicato nulla. Può immaginare il mio sgomento: Michela, mia moglie, donna di una fede senza riserve era stata violata ed io non avevo potuto fare nulla per impedirlo. da quel giorno i medici smisero di parlare delle cure che Michela doveva sostenere e l’unica cosa di cui si parlava era che, se i suoi valori fossero peggiorati, loro l’avrebbero trasfusa ancora. Così oltre al calvario di avere la persona che più ami in fin di vita in ospedale per una infezione misteriosa ai polmoni, ora dovevo interagire con i medici per cercare di evitare che venisse violato ancora il suo diritto di scegliere, rispettando la sua fede, le sue convinzioni. Dopo alcuni giorni – non le racconto giorni e date, perché al momento come le dicevo non le ricordo e sinceramente non ci tengo a ripercorrere il calvario – ci avvisano a mezzo di telefonata che, viste le sue condizioni, avrebbero proceduto nuovamente a trasfonderla. Così sia io che i genitori e i fratelli di Michela, e colui che era stato scelto da Michela come amministratore di sostegno per far rispettare le sue volontà in caso lei non fosse stata cosciente, cominciammo a girare per i tribunali, per far valere tramite un giudice a pieno il potere giuridico dell’amministratore di sostegno. 

 

Perché non era lei, ma un’altra persona?

Non entrambi, ma Michela ha messo la sua volontà per iscritto e su ricorso di Andrea il giudice tutelare ha confermato il valore di quella volontà e ha emanato un decreto di amministratore di sostegno basato espressamente sulle volontà o istruzioni scritte di Michela prescrivendo che fossero rispettate e che l’amministratore le facesse rispettare.

Comunque questa era la scelta di Michela, io e Michela trascorrevamo la maggior parte del tempo insieme. In qualità di ministri a tempo pieno dei testimoni di Geova andavamo a far conoscere ad altri ciò che la Bibbia insegna e il valore pratico che essa ha nella vita quotidiana delle persone, tra cui la santità del sangue, poi il resto del tempo eravamo a casa, o in giro insieme. Ora quante probabilità c’erano che qualche cosa potesse capitarci mentre eravamo insieme? E se fosse capitato, e non fossimo stati coscienti, chi avrebbe sostenuto le nostre piene convinzioni? Per questo scegliemmo una persona che ci conosceva bene, un nostro caro amico, e che rispettava pienamente le nostre decisioni.

Comunque alla fine il giudice di Velletri, fece valere il documento delle direttive anticipate, dando pieno potere all’amministratore di sostegno scelto da Michela. Nel frattempo che ci muovevamo per la burocrazia italiana, Michela fu trasfusa ugualmente. Questo mi gettò nel pieno sconforto, perché per una seconda volta non ero stato in grado di proteggere la volontà di mia moglie, il suo diritto di decidere.

 

Come andò avanti la vicenda?

Quando portammo il foglio del giudice tutelare del tribunale di Velletri, la situazione con i medici si inasprì ulteriormente. Anziché cercare soluzioni alternative su come procedere con le cure mediche, i medici oramai facevano pressioni psicologiche per non far valere le decisioni di Michela. Cosi il 13 marzo, unica data impressa indelebilmente nella mia mente, pur non avendo l’autorizzazione, Michela fu trasfusa per la terza volta. Ricordo bene quando aprirono la tendina del vetro che ci permetteva di vederla anche se era in coma indotto: vidi la sacca di sangue appesa accanto a lei mentre la trasfondevano. Caddi nella disperazione più assoluta, perché mi continuavo a chiedere, “cosa le dirò quando si risveglia, come farò  a spiegarle che non sono stato in grado di proteggerla, non sono stato in grado neanche di far rispettare le sue volontà”. Poi, purtroppo, nonostante l’accanimento terapeutico dei medici, Michela il primo pomeriggio di quel giorno si è spenta.

 

Perché secondo i medici si erano rese necessarie le trasfusioni?

Bisognerebbe chiederlo ai medici. Le trasfusioni però non erano un trattamento percorribile perché Michela le aveva rifiutate. È questo il punto. Quando un medico si trova a curare un paziente che non accetta un determinato trattamento medico, penso che, invece di intestardirsi e calpestare la dignità del paziente, dovrebbe usare strategie terapeutiche alternative. Noi testimoni di Geova amiamo molto la vita e apprezziamo molto il lavoro dei medici; chiediamo solo di non essere curati con emotrasfusioni. Tutto qui.

 

Lei crede che abbiano influito in maniera determinante sulla morte?

I medici legali dicono che la trasfusione in rapida successione di quattro sacche di sangue potrebbe aver causato – o quanto meno avrebbe accelerato – la morte di mia moglie. In ogni caso, le trasfusioni non le hanno salvato la vita.

 

Lei ha sempre condiviso le scelte di sua moglie?

Assolutamente sì.

 

Quando sua moglie si è avvicinata ai Testimoni di Geova?

Michela decise di diventare testimone di Geova quando era adolescente. Si dice che gli adolescenti fanno cose, o scelgono cose, che con il passare degli anni poi abbandonano, perché cambia il modo di pensare e di vedere le cose; bene, questo non è accaduto per Michela, perché lei più studiava la Bibbia, più acquistava fede in Dio. Il fatto che mettesse in pratica i consigli della Bibbia la fece diventare una persona sempre migliore sia come moglie sia come figlia verso i genitori e anche verso gli amici.

Era una persona stupenda, sempre con il sorriso sul viso, sempre pronta ad ascoltare, senza trarre conclusioni affrettate sulle persone, amava la casa, la cucina, e la compagnia dei suoi fratelli carnali e spirituali, questo faceva sì che casa nostra fosse sempre piena di persone. Tutti amavano Michela, il vicinato, e anche il nostro cane Lola, un labrador, che dopo la sua morte non è voluta più tornare alla casa dove vivevamo e dove per così dire Lola è nata. Nonostante questo, lo shock della scomparsa di Michela è rimasta così nell’aria che anche a distanza di alcuni anni, quando riporto Lola nella casa dove è nata, lei diventa irrequieta e vuole andare via.

Michela era il raggio di sole, non un raggio di sole, perché illuminava tutto e tutti quelli che stavano intorno a lei.

 

Può spiegare il motivo per cui vengono rifiutate le trasfusioni?

È una questione di natura religiosa, non medica. Sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento troviamo il chiaro comando di astenerci dal sangue (Genesi 9:4; Levitico 17:10; Deuteronomio 12:23; Atti degli Apostoli 15:28, 29). Riteniamo ci siano ragioni assolutamente razionali per ritenere che tale comando si applichi anche alle emotrasfusioni. Questo però non significa affatto che come Testimoni non teniamo alla nostra vita; semmai è il contrario. Diversi giornali medici hanno affermato che “molte delle tecniche sviluppate per i pazienti Testimoni di Geova diverranno in futuro lo standard in campo terapeutico”. 

 

Il medico è stato rinviato a giudizio. Un commento. Andrete fino in fondo?

Faremo tutto quello che è necessario perché sia fatta giustizia. Ogni persona merita che le sue volontà e la sua dignità siano rispettate.