“A Fiano Romano porto la passione della mia scuola di Flamenco”

Il Flamenco è un’arte antica nata per esprimere i sentimenti, anche quelle indicibili, senza filtri e senza veli. Non è solo un tipo di danza, ma è un mondo culturale e una scuola di vita. La sua lezione? Che la femminilità e la bellezza non dipendono solo dall’apparenza e dall’estetica, ma dal modo in cui si “vive” e si “gioca” con il proprio corpo. Ce lo svela Martinica Ferrara Strova, venticinquenne di Fiano Romano e ballerina di Flamenco da quando aveva 14 anni. Martinica, viso e fisico da modella e cuore d’artista, ha ereditato la passione per la danza dalla mamma, la coreografa Maria Ferrara Strova, con cui gestisce il Teatro del Respiro di Fiano Romano. Qui la sua famiglia ha portato la magia di questa danza spagnola e araba con una scuola di ballo che ogni anno accoglie decine di allievi e insegna ad esprimere i propri sentimenti con il corpo e la musica.

Martinica, questa tua passione per lo spettacolo nasce dalla tua famiglia, il flamenco è “da parte di mamma”?

Mia mamma è autrice e coreografa, Maria Strova (ndr. ha scritto Il linguaggio segreto della danza del ventre, Burka e Salomè. Il mito, la Danza dei Sette Veli) è stata una pioniera nel settore della danza orientale e in Italia per la danza nell’aspetto didattico (ndr. VHS, DVD, etc…). In più ha scritto tre volumi sulla danza orientale e nel teatro. Ho fatto il mio incontro con il flamenco grazie ad un seminario di Flamenco Arabo che organizzò mia madre, dove ho conosciuto la mia prima maestra di flamenco, Caterina Lucia Costa. Da quel momento è nata questa passione che mi ha portato a studiare il flamenco in Italia e poi in Spagna, quando a 21 anni ho deciso di trasferirmi a Siviglia.
A che età hai iniziato a studiare il flamenco? Ho iniziato a ballare giovanissima, seguendo le orme di mia madre, ho mosso i primi passi nel Flamenco a 14 anni. All’inizio era un gioco, poi è diventato un gioco serio e la mia professione.

Poi da grande sei andata anche in Spagna…

Sì, ho vissuto per un anno a Siviglia e ho studiato lì nell’Accademia di Ursula Lopez e con altri insegnanti spagnoli come Leonor Leal, La Moneta, El Junco. Quest’esperienza mi ha permesso di immergermi nella cultura spagnola e di capire meglio il flamenco nella sua terra d’origine. Il flamenco si vive ovunque, anche per strada, non solo in sala danza. Una volta tornata ho continuato a studiare e sono entrata nella Compagnia Flamenco Nuevo di Dario Carbonelli (ndr. ), con il quale attualmente lavoro.

Che differenza c’è tra flamenco e flamenco arabo?

Il flamenco non è solo uno stile di danza: il flamenco è un intero mondo culturale, un modo di vivere e, innanzitutto, uno stile musicale. Il flamenco arabo è nato invece in seno alla danza orientale, è una fusione moderna che ha radici nell’antichità. Al-Andalus è lo stato musulmano fondato nel medioevo in Spagna, dove hanno convissuto la cultura cristiana, quella ebraica e quella musulmana per ben otto secoli. è stato un periodo florido per la scienza e per le arti. Le radici dell’identità flamenca affondano proprio qui. Ed è in questa regione dell’immaginario, e non solo della storia, che nasce il flamenco arabo, che racconta attraverso la musica e la danza questo contatto tra la cultura araba e quella spagnola e flamenca.

 

Questo tipo di ballo sta prendendo piede anche in Italia?

In Italia il flamenco arabo appassiona moltissime donne, ma viene danzato anche da molti uomini. Il flamenco arabo raccoglie in sé la forza e la passione del flamenco da un lato, la poesia e la dolcezza della Danza orientale dall’altro, per questo molte lo riconoscono come un modo di esprimere se stesse molto profondo e completo, e se ne innamorano.

 

L’anno scorso hai portato il Flamenco sul grande schermo, recitando in un corto che è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Come è stata quest’esperienza?

Sì, sono stata scelta come attrice e ballerina dalla regista Marta Morandini, una studentessa del Centro Sperimentale di Cinematografia e ho recitato sul set al fianco di Andrea Sartoretti [ndr. Romanzo Criminale, Boris] in un cortometraggio dedicato al Flamenco. Penso che sia stata un’esperienza molto importante: la danza nel cinema si anima di una luce completamente diversa, permette di arrivare anche ad un pubblico che non conosce la danza e che in questo modo la può guardare sotto un altro punto di vista.