Dall’infortunio al match che vale il titolo italiano di Pugilato, Sperandio: “Sono carico”

Il pugile 32enne di Mentana: “Punterò sulle mie doti migliori. Peccato dover gareggiare senza pubblico, il Covid ha cambiato tutto”

17 / 11 / 2020
Dall’infortunio al match che vale il titolo italiano di Pugilato, Sperandio: "Sono carico"
Dall’infortunio al match che vale il titolo italiano di Pugilato, Sperandio: "Sono carico"

di Valerio De Benedetti

A nove anni era già sul ring per imparare, a 14 anni invece per combattere il primo match da dilettante. Quella di Adriano Sperandio nel mondo del pugilato è una storia lunghissima, che ha vissuto di alti e bassi, di vittorie e sfortuna, ma che lo ha portato a togliersi tante soddisfazioni. Adriano oggi vive a Mentana, ha 32 anni, ma alla Boxe non ha mai rinunciato. È un allenatore, ma soprattutto è ancora un’atleta. Tanto che il 21 novembre al PalaSantoro a Roma, sito in zona Tiburtina, si giocherà il titolo di campione italiano professionista. Adriano ha vinto due titoli italiani da dilettante, nel 2006 e nel 2012, un bronzo europeo con la nazionale italiana nel 2006, e anche il guanto d’oro nel 2008. Nel 2015 è diventato un professionista dopo 104 incontri alle spalle. Mai però era arrivato a giocarsi un traguardo così importante. Degli infortuni in passato lo hanno frenato, rovinandogli forse una carriera che sarebbe potuta essere ancor più ricca di successi e soddisfazioni. Ad allenarlo per questo atteso evento è papà Paolo, da sempre suo allenatore e fedele spalla. Per Adriano questi sono giorni intensi di allenamento, sta cercando la giusta concentrazione, sta lavorando molto alla palestra Red Gym di Santa Lucia sulla velocità e sulla tecnica per arrivare preparato all’incontro. Un appuntamento che attende da una vita e che non vuole fallire.

Adriano, si avvicina sempre più il grande incontro per il titolo italiano. Sei pronto? Come ci arrivi?
Per me da professionista sarà la prima volta. Ma sono pronto, ci arrivo molto carico e stressato allo stesso tempo. Questo match doveva disputarsi il 25 aprile, poi è saltato per l’emergenza Covid. La seconda data individuata era il 31 ottobre, ma è slittata ulteriormente. Quella del 21 novembre è la terza data individuata. Sono cambiate tante cose in questo periodo, soprattutto per quanto riguarda il pubblico. Se prima potevano entrare un massimo di 200 persone, ora non può esserci nessuno. C’è tanta voglia e carica di vincere ma nel mezzo c’è stata anche questa trafila di ostacoli che vuoi e non vuoi influiscono.

Chi sarà il tuo avversario? Lo conosci? Lo hai già affrontato in passato?
Luca Spadaccini, un ragazzo dell’Abruzzo che non ho ancora mai affrontato né da dilettante che da professionista. Ho provato a studiarlo con il mio allenatore, ma giusto qualche video. Solitamente la struttura fisica ti dà l’idea di quello che è il pugilato dell’avversario, poi ci si studia in campo con i primi scambi.

Quanto ti alleni ogni settimana? Devi fare tanti sacrifici?
Io mi alleno due volte al giorno dal lunedì al venerdì e il sabato una volta. Ogni sessione dura un’ora e mezza.

Qual è la tua giornata tipo?
Diciamo che è scandita per intero dalla boxe. Sveglia presto alle 7, poi allenamento mattutino, lezioni private, allenamento pomeridiano e infine lezione con i miei ragazzi.

Quali sono i tuoi pregi e i tuoi difetti sul ring? In cosa ti senti più forte degli altri?
Ho una buona tecnica e per la mia categoria sono piuttosto veloce. Questi sono i pregi principali. Il difetto più evidente è che faccio fatica a concentrarmi antecedentemente alla gara. Mi è capitato delle volte in carriera, anche di sottovalutare l’avversario perdendo diversi match. Faccio fatica ad entrare nella mentalità pre-gara, poi sul ring cambia tutto.

Che consigli ti sta dando il tuo allenatore in questi giorni così intensi?
Con il mio allenatore, che è anche mio padre, la preparazione sta andando bene, seguo la classica routine dall’alimentazione all’allenamento. Stiamo cercando tantissimo la velocità. Il discorso strategico lo stiamo valutando. Il mio avversario è più basso, quindi crediamo che verrà avanti ad attaccarmi.

Cosa significherebbe per te vincere questo titolo?
Lo aspetto dal 2017. Nel 2015 ho vinto il neo-pro e con me altri 9 ragazzi, sei dei quali del Lazio. Tutti questi sono arrivati già almeno una volta in finale. Lo aspetto da tanto, sarebbe una grande soddisfazione, sarebbe un trampolino oltre che un gran traguardo. Sofferto in questo modo avrebbe ancora più importanza.

A 32 anni, quanto pensi di poter ancora salire sul ring?
È soggettiva come cosa. Dipende da come ti senti col fisico, dalle botte che prendi e dagli infortuni che hai subito. Fortunatamente non ho mai preso molte botte. Con gli infortuni invece non sono stato fortunato Ho dei fastidi alla spalla da tempo. Mi ero prefissato di arrivare a 35 anni, anche se, un pugile di Civitavecchia a 41 anni è diventato campione d’Europa non molto tempo fa. L’età media è intorno ai 37, però se il fisico te lo permette, nessuno ti toglie la possibilità di andare avanti.

Sei soddisfatto della tua carriera? C’è qualcosa che vorresti fosse andata diversamente?
Forse passerei prima nel professionismo. Ho puntato tanto sul dilettantismo perché ero molto forte e promettente da giovane. Poi ho avuto un brutto infortunio che mi ha frenato, e delle scaramucce burocratiche. Il colpo di grazia mi è stato rifilato nel 2013 quando mi hanno fatto un grande furto in una finale contro un’avversario che da lì ha costruito la carriera arrivando fino alle Olimpiadi di Rio.

Adesso sei anche insegnante. Consiglieresti ai bambini questo sport?
Io alleno ragazzi di 9 anni, mio padre anche più piccoli di 6 o 7 anni. È uno sport completo, si usano tutti i muscoli e gli arti del corpo, più di quanto si possa credere. Ma soprattutto è uno sport che ti insegna il rispetto per gli altri e per il prossimo. In palestra si vive di uguaglianza. Una cosa che ti porti dietro quando diventi grande.